Ansia vs ansia

“Ho l’ansia” è una delle frasi più tipiche e ricorrenti oggi utilizzate per descrivere un sentimento di leggero malessere, un disagio quasi inavvertibile che le persone sperimentano in situazioni che sono perfettamente in grado di gestire.

“Ho l’ansia” è oggi quasi un intercalare, un modo di dire che comprende una vasta gamma di sensazioni e che ha lo scopo di riempire di significato situazioni che con l’ansia, quella vera, quella che non si dice tanto frequentemente, hanno poco a che vedere.

Eppure, tale leggerezza nell’utilizzo di parole inopportune che pretendono di essere prese per reali, hanno reso l’ansia, anche quella vera, uno dei disturbi più comunemente diffusi nei paesi occidentalizzati, come se la sua ripetizione, la sua onnipresenza nel linguaggio l’avesse resa più forte, più presente, come se l’avesse concretizzata in un sentimento che si è fatto via via più riconoscibile e sempre meno gestibile (vedi Maturana e la teoria sulla capacità del linguaggio di creare oggetti).

Così, accanto all’ansia di chi non sa verbalizzare con maggiore precisione ciò che sente, si fa sempre più presente e più forte quell’altra Ansia, quella che con la sua ombra della A maiuscola rende talmente spaventati e deboli chi ne soffre da non volerla nemmeno nominare, da sperare di tenerla lontana anche solo dalla voce.

E, invece, è proprio quella a cui si dovrebbe dare voce, è quella che si dovrebbe far gridare di rabbia per farla retrocedere, per portarla fuori da sé e guardarla, riducendola a quello che è: paura a cui si è concesso di diventare terrore, disagio che si è lasciato trasformare in angoscia, apprensione potenziata in panico.

Combattere l'ansia

Quest’ansia, quella che non si dice sorridendo e civettando, ha effetti paradossali: può trasformarsi in qualsiasi sintomo, rendendone talvolta difficile il riconoscimento, tanto che la persona che ne soffre a un certo punto non sa più se ha l’ansia o l’asma, se ha il groppo in gola o l’influenza, se ha sonno o l’insonnia, rendendo la paura della paura una vera e propria malattia che, spesso, si cerca di curare facendosi somministrare dal medico di base analgesici o visite specialistiche.

E allora guardiamola in faccia questa malattia capace di rubarci il respiro, tanto prepotente da invadere la nostra mente alla ricerca di significati capaci di giustificare questa scomoda, scomodissima sensazione di malessere diffuso e, spesso, ineffabile.

Cos’è l’ansia e perché ne soffriamo?

L’ansia è la malattia legata al futuro per eccellenza e, quindi, strettamente interconnessa alla performance. Da ciò si deduce anche perché è così diffusa tra gli occidentali e perché ha tutto il diritto di esistere: viviamo in una società che richiede categoricamente e continuamente di riuscire in quello che facciamo, di essere persone competenti e capaci, se possibile infallibili. Ci viene richiesto di seguire quegli standard che farebbero di noi persone degne di vivere in una società, standard severissimi in cui si dovrebbe essere buone mogli, amici presenti, genitori devoti, professionisti preparati, conversatori amabili, intenditori d’arte, di politica, musica e cinema, se possibile belli nell’aspetto e curati nei modi. Ogni passo nel mondo è talmente permeato dalle richieste implicite ma presenti di buona riuscita che viviamo nel terrore di inciampare e farci male, tanto da aver smesso non solo di correre ma addirittura di camminare.

L’ansia è il desiderio di soddisfare le attese e la paura di non riuscirci, paura che evita il fallimento a tal punto che si fa sempre più scaltra nel trovare i modi adatti ad evitare quei passi che potrebbero farci cadere, trasformandoci, così, in persone bloccate dentro stereotipi che non ci rappresentano, rendendoci rigidi, inautentici e complessati.

E allora la cura dell’ansia deve passare necessariamente attraverso il suo riconoscimento, deve essere accolta e le si deve chiedere scusa per averla costretta a diventare così prepotente prima che potessimo sentirla, ascoltarla. Dobbiamo anche prometterle che potremmo concederci di sbagliare e di fallire, concedendole la diffidenza che si è guadagnata ma riservandole anche la tenacia e la costanza della sua legittimazione, rendendola così libera di allontanarsi e di allentare la presa.

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Articolo a cura di:

Caterina Serra

Caterina Serra
Psicologa e psicoterapeuta.

Ogni disagio esistenziale dipende in larga misura dalla lettura che diamo agli eventi: c’è chi trasforma un handicap in un’opera d’arte e chi un difetto fisico in un handicap. La nostra percezione della realtà determina, quindi, la realtà stessa.
Smettere di guardarsi per ricominciare a vedersi, separarsi dall’immagine per tornare a sentirsi è il passaggio fondamentale per realizzare se stessi nel mondo e per trasformare quello che “dobbiamo essere” in quello che “vogliamo essere”.

n. di iscrizione all’Ordine degli Psicologi della Toscana: 6945

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