L’ipocondria

L’ipocondria comincia con una pillola di analgesico presa senza troppa preoccupazione per un banale mal di testa, per un dolore muscolare o per un’infiammazione alla gola; oggi è possibile che abbia inizio con qualche integratore multivitaminico ingurgitato per far fronte a un po’ di stanchezza, come se non fosse più possibile concedersi questo privilegio.

La trasformazione, talvolta repentina, consiste nel ritrovarsi in casa un kit di medicinali invidiabile dal pronto soccorso più fornito, capace di soddisfare (o mettere a tacere) qualsiasi sintomo improvviso e potenzialmente mortale possa fare capolino in un corpo ormai incapace di tollerare non solo alcun livello di dolore, ma neppure alcun segno, macchia, livido, screpolatura. Anche un brufolo, per l’ipocondriaco, potrebbe rappresentare il principio di una ciste tumorale maligna pronta a necrotizzarsi nel giro di poche ore, trasformando un uomo sano in un malato terminale senza via di scampo.

Nella versione moderna, la cabina armadio dei medicinali di un ipocondriaco potrebbe estendersi fino ad invadere la cucina, sommersa di probiotici, magnesio e potassio, vitamine dalla A alla K, cibi proteici e verdure rigorosamente bio, elisir di giovinezza, antiradicali liberi, spezie orientali, sale dell’Himalaia e tè verde delle Ande, ricostituenti, tisane rigeneranti, zinco, ferro e panacee capaci di prevenire, se non risolvere, problemi al fegato, ipertensione, caduta di capelli, mal di gola e di alluce.

Tutto per tutto, che tradotto significa niente per niente.

ipocondria

Tale lettura minacciosa di ogni segnale inviato dal proprio corpo è accompagnato dall’elemento fondamentale dell’ipocondria, l’allarmismo, senza il quale la diagnosi non esisterebbe. È come se una fitta, un unghia incarnita, un respiro più corto di quello precedente facesse attivare nel cervello la sirena spiegata delle ambulanze che corrono verso l’ospedale più vicino, facendo lampeggiare luci abbaglianti e tutt’altro che rassicuranti, che minacciano morte.

Così, l’ipocondriaco vive nella paura di prendere freddo o troppo caldo, cercando di dormire a sufficienza, risparmiando energie per le attività obbligatorie, mangiando cose insipide e rifiutando un cin cin con gli amici; trascorre le ore libere cercando su internet le ragioni dei suoi indecifrabili sintomi, studia le ricerche sulle possibilità di guarigione ancora prima di aver contratto la malattia, è informatissimo sui nuovi traguardi medici, organizza la prossima visita specialistica e incrocia le dita sulla possibilità di poter quantomeno sopravvivere, senza rendersi conto che, come disse un esperto di ipocondria come Moliere, era già “morto di quattro medici e due farmacisti”.

Il tutto, ovviamente, non viene spifferato ai quattro venti: le ricerche su internet sono tetre e solitarie e quando annunciano a qualcuno una visita ne parlano con superficialità come di un banale esame di controllo. Perché a un certo punto l’ipocondriaco lo sa che la sua è ipocondria, anche se quella è l’unica malattia che non ha mai cercato su internet. Cercarla significherebbe banalizzare i sintomi, smentire quell’atroce dolore al petto, abbattere il megalomane e infruttuoso controllo sulla vita. Significherebbe capire che, se si vuole, si può fare tutto quello che i sintomi finora avevano proibito o ostacolato, giustificando l’isolamento e i pomeriggi a letto, le tisane e gli impacchi, i vapori e i lavaggi nasali.

A rallentare la presa di coscienza sul fenomeno e a rafforzare la condizione di malati immaginari pesa prepotentemente la pubblicità costante e incessante di chi, spacciandosi per venditori di salute, trasmette una malattia subdola e strisciante, potenzialmente più lesiva dei sintomi che si vorrebbero risolvere.
Non parlo solo delle aziende farmaceutiche che possiedono una pillolina per il mal di testa e una per quello più forte, una pasticca per i dolori mestruali e una per quelli più intensi, il cerotto per il mal di schiena e lo sciroppo per la tosse secca e quella grassa, passando per la bustina solubile per la cattiva digestione e quella contro il reflusso gastrico.

La farmacopea, oggi, pare quasi superata dagli intrugli degli esportatori erboristici, dal personal trainer attento al corpo e dal guaritore improvvisato, vittime, forse, pure loro, di una società che richiede salute, forza e sorrisi smaglianti, rinnegando abbassamenti di tono fisiologici e necessari per un riequilibrio corporeo e mentale.

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Ma allora si può guarire dalla “malattia delle malattie”?

Si può tornare a credere nella capacità del proprio corpo di autoregolarsi senza il costante bisogno di quel controllo che, lungi dal sanarci, ci rende più deboli ogni giorno che passa?

Si può tornare a vivere considerando che le malattie esistono e sopportandone la loro potenziale possibilità di invadere il nostro corpo senza tormentarci per una probabilità che forse non avverrà mai e che, se avverrà, ci troverà comunque impreparati?
Si può!
Ma per farlo occorre cominciare a definire ogni cosa con il proprio nome e trovare il coraggio di dire: “Io non sono malato, io sono ipocondriaco”.

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Articolo a cura di:

Caterina Serra

Caterina Serra
Psicologa e psicoterapeuta.

Ogni disagio esistenziale dipende in larga misura dalla lettura che diamo agli eventi: c’è chi trasforma un handicap in un’opera d’arte e chi un difetto fisico in un handicap. La nostra percezione della realtà determina, quindi, la realtà stessa.
Smettere di guardarsi per ricominciare a vedersi, separarsi dall’immagine per tornare a sentirsi è il passaggio fondamentale per realizzare se stessi nel mondo e per trasformare quello che “dobbiamo essere” in quello che “vogliamo essere”.

n. di iscrizione all’Ordine degli Psicologi della Toscana: 6945

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